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mercoledì 22 giugno 2011

Filosofia

di Stefania Guglielmo

La filosofia è una scienza che non tende a realizzare praticamente qualcosa.
La filosofia è una scienza compresa da pochi, eppure conosciuta inconsapevolmente da molti.
La filosofia è meraviglia; si potrebbe parlare di filosofia non appena si instaura un rapporto con la propria meraviglia.
La meraviglia è lo stupore, quella propensione alla grandezza ed è propria dell’uomo.
La filosofia è ricerca disinteressata, è ricerca continua di risposte intimamente indispensabili, eppure non praticamente e immediatamente utili.
La filosofia è forse l’unica scienza che non necessita di rigorose nozioni, ma nasce spontaneamente dove si sviluppa la meraviglia.
La filosofia è forse l’unica scienza che si può possedere senza saperlo.
La filosofia non è una dottrina alla quale aderire, non ha limiti né pretese, la filosofia è il rapporto con la propria vita.
La filosofia è attenzione che produce maggiore attenzione al fine di produrre consapevolezze.
La filosofia è applicabile a ogni campo, perché la filosofia è il rapporto dell’uomo con se stesso e in seguito con tutte le cose.
La filosofia è la cura incondizionata di ogni domanda che ci si pone la sera.
La filosofia non è e non ha verità, essa è esclusivamente il richiamo più forte e più dolce della verità.
La filosofia è facile poiché è proprio dell’essenza umana il partecipare dell'esperienza.
La filosofia è difficile perché difficile è per molti affermare a cosa essa serva.
La filosofia è difficile perché oggi ciò che non è palesemente e praticamente utile non serve.
La filosofia è praticamente utile poiché ricerca le cause e i principi come tutte le scienze, ma le sue cause e i suoi principi riguardano quella dimensione urlante dell’uomo che, pur venendo costantemente e brutalmente ignorata, acutizza sistematicamente e instancabilmente il proprio richiamo.
La filosofia è praticamente utile per vivere la vita in profondità, con personalità e nella verità.
La filosofia è praticamente utile per non vivere la vita senza conoscerla e poi trovarsi disarmati quando essa, con audacia, si presenta.
La filosofia è in ognuno di noi.

domenica 12 giugno 2011

Normalità o alterità?



di Stefania Guglielmo

«Ognuno di noi è una contromarca d’uomo, in quanto che è tagliato come sogliole, è di due uno e però cerca sempre la propria metà. […] ma quanti sono una fetta di maschio danno la caccia al maschio e finché sono ancora fanciulli amano gli uomini e godono a giacere e a starsene abbracciati con gli uomini e questi sono tra i fanciulli e i giovinetti migliori, perché i più virili di loro natura. Certo non mancano quelli che li chiamano impudenti ma mentiscono. […] e se ad essi nel momento in cui giacciono insieme si presentasse Efeso con i suoi strumenti alla mano e chiedesse loro : “che volete, o uomini, che avvenga di voi, all’uno per opera dell’altro? Desiderate voi soprattutto essere nello stesso luogo l’uno con l’altro in modo da non separarvi mai né di notte né di giorno?” […] a udir ciò sappiamo bene che nessuno, proprio nessuno, risponderebbe di no, né mostrerebbe d’aver mai desiderato altro, ma crederebbe d’aver udito precisamente ciò che egli desiderava da tanto tempo: di sentirsi unito e fuso con l’amato e divenuto di due un essere solo. E la ragione è appunto questa: che tale era in origine la nostra natura e che eravamo interi. Ebbene al desiderio e alla caccia dell’insieme si da il nome di amore».
Platone, Simposio, Discorso di Aristofane

Sono queste le parole che l’ateniese Platone poneva in bocca ad Aristofane in uno dei suoi più noti dialoghi. La circostanza era la medesima: una riunione tenutasi in casa di Agatone, alla quale prendevano parte alcuni intellettuali del tempo, prefiggendosi di celebrare Eros, il dio greco dell’amore. Si parlava dunque di cosa fosse l’amore, delle sue origini e delle sue conseguenze e, a tal proposito, arrivato il suo turno nella catena simposiale, Aristofane – al fine di illustrare ai convitati la sua concezione dell’amore – proferisce un discorso sulla genesi degli uomini. Era sferica, per il commediografo, la forma originaria degli esseri umani, ma in seguito venne spezzata in due per ira divina, costringendo gli uomini alla ricerca perenne della propria metà perduta. Aristofane tratta poi dell’amore fra uomo e donna nato dalla divisione delle sfere composte dal sesso originato dal sole (il sesso maschile), e da quello originato dalla Luna (il sesso femminile), ma parla anche dell’amore fra donna e donna e di quello fra uomo ed uomo, quest'ultimo generato dalla divisione delle sfere di sesso androgino. Distingue così tre sessi NATURALI dell’uomo ma li fa convergere nell’unico discorso che riguarda Eros, il quale, a pari livello e dignità, li colpisce tutti indistintamente.
Non vi era dunque distinzione all’interno dell’amore nel mondo greco, anzi, un'ipotetica distinzione risultava inconcepibile poiché l’intensità e la veridicità di Eros non poteva dipendere dal sesso dell’amante, quanto piuttosto dal suo desiderio di sentirsi unito con il proprio amato. Inutile precisare che, nonostante il pensiero occidentale moderno affondi le proprie radici nel mondo greco, la concezione dell'amore all'interno della società odierna è notevolmente cambiata.
Oggigiorno, il rapporto uomo-donna viene ritenuto espressione della «normalità» e, allo stesso modo, le altre tipologie di rapporto sono considerate «altre» rispetto al «normale». Oggi è «malato» e quindi «bisognoso di aiuto» chi non è «normale»: ma siamo sicuri che le caratteristiche più diffuse, le uniche degne di nota, siano quelle della supposta «normalità»?
Persino la religione maggioritaria in Italia, quella cattolica, sulla base dell'interpretazione della Bibbia, giudica la coppia eterosessuale come unica depositaria dell’immagine di Dio. Alcuni critici sostengono che in realtà Gesù Cristo non si sia mai espresso a riguardo e che, addirittura, la concezione cattolica contraddice lo stesso messaggio messianico, considerando l’omosessualità alterazione della normalità e limitandone i diritti. Tuttavia, al di là di qualsivoglia professione di fede o ideologia, è opportuno che almeno all'intero degli ambienti istituzionali – le scuole o gli uffici per esempio, venga finalmente adottato un atteggiamento coerente, coscienzioso, comprensivo e tollerante nei confronti della naturale diversità degli orientamenti sessuali relativi ad ogni singola persona.
Si pensi alle classi numerose di oggi, nelle quali viene impartito l'insegnamento della religione cattolica: spesso esse annoverano una vasta gamma di adolescenti che nell’ambito delle loro profonde diversità individuali hanno il sacrosanto diritto di non sentirsi definiti «anormali», «diversi» o protagonisti di situazioni drammatiche. E' una violenza psicologica bella e buona la pretesa di etichettare come portatori di anomalie (o addirittura di «malattie») qualsiasi tipo di individuo e, per chi volesse impostare una discussione di carattere etico, sarebbe certo maggiormente amorale arrogarsi il diritto di giudicare le preferenze sessuali degli altri piuttosto che condurre la propria vita – con coerenza e nel rispetto della legge e del complesso dei cittadini – attuando liberamente le proprie scelte.

martedì 7 giugno 2011

Il mondo finirà per idiozia?


di Natale Zappalà
Si nasconderebbe un'apocalittica pandemia, originata da un nuovo, mortifero, virus dietro l'impressionante mole di comportamenti insensati dominanti le cronache delle ultime settimane. La sensazionale rivelazione è stata annunciata dall'emerito Prof. Filippo Maria Mustazza, il più grande interprete del profeta e taumaturgo Leonzio Copronimo, un dotto bizantino vissuto nel IX sec. d.C., il quale avrebbe preconizzato la fine del nostro mondo nell'anno 2011.
Nessuna apertura di sigilli, nessuna collisione con pianeti o meteoriti, niente diavoli o anticristi: secondo il Copronimo, il nostro pianeta collasserà in seguito alla diffusione di un morbo letale, che indurrà le fonti vitali della Terra all'autodistruzione. Il Prof. Mustazza, sulla base dell'analisi storico-filologica condotta sulle Sykonikà, il celebre poema con struttura piramidale composto dal Copronimo, ha individuato nella cosiddetta «idiozia contagiosa» il male oscuro che condurrà il mondo alla rovina. Di seguito il frammento esaminato dall'insigne studioso (Leon. Copron., Sykonikà, 69, versetto ventordici):

Venti dracme il leone di Britannia
ruggirà come tributo nuziale.
Le plebi impazziranno e Apollo si oscurerà,
Oceano seccherà e le stelle cadranno per disperazione
settemilacinquecento anni dopo Adamo
quando, nella terra di Taras, al villico divenuto eroe
saranno concessi culti e corone
e gli atleti menzogneri del circo
non negheranno l'evidenza.

Secondo la tesi del Mustazza, questo criptico passo descriverebbe la pandemia ormai in atto, offrendo inoltre dei precisi riferimenti cronologici, dal momento che il 7519º anno dalla nascita di Adamo (così i bizantini computavano gli anni al tempo di Leonzio Copronimo) corrisponde esattamente al nostro 2011.
Il «leone di Britannia» che esige «venti dracme come tributo nuziale» sarebbe da spiegare con la recente notizia relativa alla mostra allestita dai Windsor, la casa regnante inglese, nel corso della quale i visitatori potranno ammirare, pagando venti euro a persona, nientemeno che l'abito nuziale indossato da Kate Middleton, sposa del principe William.
Il «villico divenuto eroe», al quale «saranno dedicati culti e corone nella terra di Taras», si identificherebbe con Michele Misseri, che vive effettivamente ad Avetrana, in provincia di Taranto (l'antica città di Taras), l'unico reo confesso, accusatosi di un orribile omicidio, non soltanto rimesso in libertà, ma in grado persino di piazzarsi sulle reti nazionali (dietro lauto compenso?) per spiegare le modalità dell'uccisione e dell'occultamento del cadavere di Sara Scazzi salvo poi cambiare versione per l'ennesima volta. D'altro canto, l'opinione pubblica italiana, invece di condannare certi comportamenti obbrobriosi, no fa che parlare di «zio Michele» e, la scorsa domenica, due «turisti dell'orrore» hanno suonato il citofono di casa Misseri sperando in un autografo. Se non è idiozia contagiosa questa...
Gli «atleti menzogneri del circo», infine, sarebbero quei giocatori di serie B coinvolti, nei giorni scorsi, nell'ennesimo scandalo-scommesse. Uno di essi, Vittorio Micolucci, interrogato dalle autorità, ha candidamente ammesso di aver accettato dei soldi per combinare il risultato di una partita della sua squadra, l'Ascoli, ma lui, alla fine, aveva giocato bene, come al suo solito, rinunciando a una forte somma. Come dire, attestare l'esistenza delle porcherie all'interno mondo del calcio per poi cercare di dimostrare che tutto viene messo in secondo piano dalle virtù agonistiche del singolo. In dialetto reggino il tutto si riassumerebbe nella frase «Sa vulivunu 'mbiscari, ma ieu sugnu troppu forti!» (Avrebbero voluto combinare la partita, ma io sono troppo forte!). Anche questa un'idiozia bella e buona, a prescindere dalla supposta concordanza col frammento di Leonzio Copronimo.
In definitiva, la teoria del Prof. Mustazza sembra fondarsi su basi intepretative solide. Comunque sia, Leonzio Copronimo non appare meno attendibile di altre, sedicenti, figure di profeti come Nostradamus, Mamma Shipton o Malachia. Né tantomeno potrà mai essere discussa l'evidente proliferazione dell'idiozia contagiosa in seno alla società contemporanea, anche se pare che essa piaccia soprattutto ai bambini, specie per il roseo futuro che sembra aspettarli seguendo tale scia.
Insomma, se Copronimo e quindi Mustazza dovessero aver ragione, non ci resterebbe altro che pregare l'antichissimo animale totemico, invocato nelle opere del sapiente bizantino come l'unico rimedio ai mali di cui soffrirà il mondo: la crapa preistorica da corsa.

APPENDICE

Copronimo, in greco, significa «nome di cacca».
Sykonikà, in greco, significa «cose inerenti l'apparato genitale femminile».
Risulta vero che i Bizantini computavano gli anni a partire dall'età di Adamo, così come Taras era il nome greco di Taranto.
Il passo di Leonzio Capronimo, inventato dall'autore dell'articolo, è ispirato alle non meno stupide quartine di Nostradamus.
Il numero ventordici non esiste.
Non esiste il Prof. Filippo Maria Mustazza, né il morbo dell'idiozia contagiosa, anche se su quest'ultima affermazione, viste le recenti vicende, non siamo sicuri.
L'articolo soprastante, ovviamente, non è affatto veritiero, seppur animato da una cruda satira della società contemporanea. Ogni riferimento a previsioni, profezie, vaticinii o segreti di Fatima è puramente casuale.
Le uniche cose vere, purtroppo per noi, sono le notizie di cronaca riportate supra.

domenica 5 giugno 2011

Quel 12 giugno di sei anni fa...


di Natale Zappalà
Pochi italiani ricorderanno che nei prossimi giorni, il 12-13 giugno 2011, ricorrerà un anniversario particolare: esattamente sei anni fa l'elettorato veniva chiamato alle urne in occasione del Referendum abrogativo sulla legge n. 40 del 19/2/2004, “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”, distinto in quattro quesiti:

  1. procreazione medicalmente assistita – limite alla ricerca clinica e sperimentale sugli embrioni – abrogazione parziale;
  2. procreazione medicalmente assistita – norme sui limiti all'accesso – abrogazione parziale;
  3. procreazione medicalmente assistita – norme sulla finalità, sui diritti dei soggetti coinvolti e sui limiti all'accesso – abrogazione parziale;
  4. procreazione medicalmente assistita – divieto di fecondazione eterologa – abrogazione parziale.

Precedentemente, una coalizione composta da Radicali Italiani, Associazione Luca Coscioni, Democratici di Sinistra, Socialisti democratici italiani, Rifondazione Comunista e alcuni esponenti di centro-destra (nuovo PSI, il Partito Repubblicano e il forzista Alfredo Biondi) aveva ottenuto dalla Corte di Cassazione l'ammissibilità di quattro quesiti di abrogazione parziale della legge, mentre veniva sancita l'inammissibilità del quesito di abrogazione totale, raccogliendo più di un milione di firme. Il «fronte del sì» mirava sostanzialmente a:

  • garantire la fecondazione assistita non solo alle coppie sterili ma anche a quelle affette da patologie geneticamente trasmissibili;
  • eliminare il limite di poter ricorrere alla tecnica solo quando non vi sono altri metodi terapeutici sostitutivi;
  • garantire la scelta delle opzioni terapeutiche più idonee a ogni individuo;
  • dare la possibilità di rivedere il proprio consenso all'atto medico ogni momento;
  • ristabilire il numero di embrioni da impiantare.

Il 12-13 giugno 2005 solo il 25,9 % degli aventi diritto si reca a votare: il quorum non viene raggiunto anche perché il «fronte del no» – guidato dal comitato “Scienza & Vita” – si fa portavoce di una massiccia campagna promozionale inneggiante all'astensionismo, coadiuvato dalla Chiesa Cattolica, in particolare dal Card. Camillo Ruini, allora presidente della CEI, che non perde occasione per invitare – cripticamente, è chiaro – l'elettorato cattolico a disertare le urne, in quanto «è inutile inseguire cambiamenti della legge in Parlamento poiché bessuna modifica apporterebbe miglioramenti alla legge 40/2004, la quale salvaguarda principi e criteri essenziali».
A distanza di sei anni, nonostante il non raggiungimento del quorum, le coppie italiane, anche se cattoliche, non esitano a recarsi presso prestigiose cliniche estere, soprattutto a Barcellona, per sottoporsi a terapie di procreazione medicalmente assistita non consentite all'interno del Belpaese. Il Referendum abrogativo del 2005 è costato allo Stato Italiano qualcosa come 364.819,450 euro.
Sarebbe bastato, in omaggio ai dettami della democrazia diretta, che quella vasta porzione di cittadini pregiudizialmente contraria ai quesiti referendari del 2005, si fosse recata a votare per il NO, attendendo poi gli esiti del computo delle preferenze basati sul principio della maggioranza semplice anziché affidarsi a una normativa – quella che regola il quorum referendario in Italia – fallacea e liberticida. Sarebbe bastato riflettere sui principi di tutela della diversità confessionale che dovrebbero vigere all'interno di uno stato laico. Sarebbe bastato assolvere coscientemente e coerentemente il diritto-dovere di ogni elettore italiano: quello di recarsi sempre e comunque a votare. Per non dimenticare.

venerdì 13 maggio 2011

Bagnarese: la vittoria di un'idea


di Natale Zappalà
(foto di Vincenzo Laurendi)

I ragazzi non troppo giovani riescono ancora a ricordare quei tempi in cui, a Bagnara, trascorrere la domenica pomeriggio al campo sportivo rappresentava la consuetudine e non l'occasione. La pay-tv appariva ancora come un costoso lusso agli esordi, e l'unico modo per conoscere i risultati della Serie A era quello di affidarsi alla voce roca di Sandro Ciotti sulle frequenze radiofoniche di "Tutto il Calcio minuto per minuto".
Sembra il ritratto di un'epoca remota, ma in realtà si sta raccontando di diciotto/venti anni fa. La Bagnarese e le gesta dei Musumeci, di Cotroneo, di Morello o Lombardo costituivano spesso il primo approccio di noi bimbi all'affascinante realismo di un calcio giocato costellato da polveroni di sabbia dispersi nell'aria a ogni contrasto, divise invernali indossate per una stagione intera e poi lanciate in tribuna alla fine dell'ultimo turno casalingo, la gassosa all'intervallo da compare Ceo. Il Comunale sempre pieno esplodeva di gioia quando i biancazzurri segnavano il goal decisivo tra il tripudio di mille voci deliranti per quella rete metallica che finalmente si gonfiava davanti ai loro occhi.
Oggigiorno è tutto cambiato: il grande calcio dei diritti televisivi e dell'alta definizione ha indubbiamente sottratto interesse e magia a quello dilettantistico fatto di lacrime e sudore versati sul campo irregolare di periferia. Fino all'anno scorso il Comunale era solo un pallido ricordo di ciò che fu. La Bagnarese? Meglio osservare comodamente seduti in poltrona l'occhio indiscreto del cameraman che immortala le imprecazioni dell'allenatore multimilionario già accordatosi – con tanto di inevitabile aumento a dismisura dell'ingaggio – con un'altra squadra per la stagione successiva. Meglio rivedere tutti i goal in qualsiasi istante, semplicemente premendo il tasto verde del telecomando.
Il giro d'affari delle serie minori si è drasticamente ridotto di conseguenza. Molte piccole società sono scomparse perché nessun privato intende più investire a fondo perduto per regolarizzare l'iscrizione in Promozione o in Eccellenza. È la dura legge del divenire economico: il calcio dilettantistico sembrava aver perso la sua scommessa con la Storia.
Sono bastati l'entusiasmo, il coraggio e la lungimiranza di una dirigenza giovane per escogitare la formula innovativa del successo. Niente più compensi o premi-partita: si gioca per puro divertimento, onorando la maglia con il cuore. I ragazzi di Enzo Musumeci hanno rivelato a tutti noi il segreto per rievocare quei perduti pomeriggi di un'altra era, quando il Comunale si tramutava nel Teatro dei Sogni e le folle osannavano quegli undici, piccoli, eroi che inseguivano la sfera.
Questo scenario ha dominato tutta la scorsa stagione calcistica a Bagnara; e tutto il territorio reggino parlava degli autobus carichi di tifosi in trasferta, di bandiere e striscioni, di giovani talenti e vecchie glorie uniti per raggiungere l'agognato traguardo della salvezza.
Abbiamo fallito i play-out, ma chissenefrega: una sconfitta non può bruciare quando vince l'idea. E l'idea portata avanti dalla Bagnarese sarà per forza di cose discussa, ammirata, imitata all'interno del circuito provinciale sportivo negli anni che verranno.
Il calcio dilettantistico per sopravvivere ha bisogno di questo: dedizione, sacrificio, passione, senza sprechi di risorse. Quando tutte le altre squadre seguiranno tale modello, nulla potrà togliere alla Bagnarese il vanto di averne forgiato la tradizione.

mercoledì 11 maggio 2011

Il trionfo delle bufale apocalittiche

di Natale Zappalà
Dedicato a tutti i boccaloni
che hanno creduto alla profezia
del sisma romano addì 11/5/2011

Da Costaviolaonline.it 11/11/2009:

Le ansie millenaristiche – ossia i timori di una prossima fine del mondo, spesso elaborati in forma di profezia – hanno spesso condizionato, nel corso della Storia, gli iperterriti creduloni. Molti pretesero di individuare in Silvestro II – al secolo Gerberto di Aurillac (950-1003 circa), il papa dell'anno Mille – l'Anticristo descritto dall'Apocalisse (pseudo) giovannea, solo perché si trattava di un uomo dottissimo e integerrimo – era un profondo conoscitore della cultura greca e di quella araba –, vissuto in un'epoca caratterizzata dalla frequente inadeguatezza dei pontefici, per lo più ignoranti e pervertiti da competizione (molti di essi conducevano vite dissolute, con figli e concubine al seguito che talvolta si ingerivano negli affari dello Stato della Chiesa, come l'ex prostituta Marozia, amante di Sergio III e madre di papa Giovanni XI).
Il mondo continuava tuttavia ad esistere, in barba al moltiplicarsi di profezie e vaticinii vari, sia dopo l'anno Mille, sia allo scoccare di ulteriori date, ogni volta additate come le tappe finali del destino dell'umanità: il 1300, il 1500, il Concilio di Trento, la Rivoluzione Francese e il 1999. Periodicamente, nelle città comparivano folte processioni di «flagellanti», uomini e donne penitenti che si infliggevano ogni sorta di auto-tortura al fine di espiare i propri peccati nell'attesa della prossima fine del mondo.
Le banche-dati da cui attingere o adattare vecchie e nuove profezie erano, di norma, il libro di Daniele, quello di Isaia e – soprattutto – l'Apocalisse, il celebre testo neotestamentario prodotto da una setta ebraico-cristiana nella prima metà del II secolo d.C. e falsamente attribuito all'apostolo Giovanni. Un'opera letteraria che trova significativi termini di paragone con testi apocrifi ebraici del passato, anch'essi basati sulla descrizione personale e visionaria di una paventata fine dei tempi a breve termine.
L'ampliamento delle conoscenze culturali coincise con la divulgazione delle teorie di nuovi e sedicenti "profeti" come Malachia, Gioacchino da Fiore, Mamma Shipton o il celeberrimo Nostradamus. Si tratta di autori a dir poco inattendibili, che godono tuttora di grande popolarità presso i posteri, grazie soprattutto all'infaticabile opera di divulgazione dei soliti scrittori ciarlatani, pronti a strumentalizzare per fini editoriali l'avida sete di misteri e verità occulte propria di una sempre più ampia fascia di pubblico; lo stesso pubblico che ha finanziato l'arricchimento di un romanziere sostanzialmente mediocre come Dan Brown.
Il trucco consisteva spesso nel comporre – è il caso delle quartine di Nostradamus – dei versi astrusi, al limite dell'incomprensibile, colmi di sventure e avvenimenti infausti in grado di sconvolgere la mente di un uomo del '500 (scismi religiosi, morti di papi e imperatori, pestilenze e invasioni turche). Ogni lettore, specie se disinformato in merito alla fisionoma storica di Nostradamus, leggendo questi versi, sulla base della propria estrazione culturale, sociale, geografica, può sostanzialmente ricavare ciò che vuole.
A riprova di ciò, ecco che persino il sottoscritto riesce a ricavare una profezia post-eventum interpretando una quartina di Nostradamus (Centurie, VI, 97): nella fattispecie, preconizzerò il celebre e sanguinoso attacco terroristico al Word Trade Center dell'11 settembre 2001:

Cinque e quaranta gradi il cielo brucierà
il fuoco si avvicinerà alla grande città nuova,
in un istante la larga fiamma farà un balzo
quando si vorrà far prova dei Normanni.

La città nuova (New York) si trova fra il 40° e il 45° parallelo; l'attacco avviene, in un istante, dal cielo che brucerà (i velivoli dirottati dai terroristi colpirono all'improvviso i due grattacieli). Quanto all'ultima frase – quando si vorrà far prova dei Normanni – posso benissimo arrampicarmi sugli specchi, spiegando il riferimento astruso agli Uomini del Nord nel senso di un mezzo di pressione psicologica (quando si vorrà far prova), volto ad impaurire con l'arma del terrorismo la società capitalistica nord-occidentale. Su illazioni come questa si fondano effettivamente le fortune editoriali dei moderni interpreti dell'astronomo francese.
Oggi, il pubblico è alla mercé della "profezia dei Maya", che prevede una "data di scadenza", per il nostro pianeta, fissata al 21/12/2012, sulla base dei calcoli astronomici effettuati dall'antico popolo americano. Se solo si prestasse attenzione agli studiosi di mestiere – e non ai buontemponi in cerca di successo mediatico e materiale, avvalorati dalle attenzioni che gli rivolgono programmi televisivi mediocri e speculatori hollywoodiani– si comprenderebbe immediatamente la colossale bufala di cui si tratta.
I Maya utilizzarono infatti diversi tipi di calendario; quello in questione, il Lungo Computo, si basava su una concezione ciclica del tempo, laddove la fine dell'ultima era coincide col 21/12/2012. Una data che rappresenta nient'altro che la fine di un ciclo e l'inizio di quello successivo. Non c'è alcuna profezia: si tratta di un banale calcolo cronologico. Per il resto – gli allineamenti planetari, le comete o le collisioni fra corpi celesti dai nomi esotici (Nibiru) che si leggono su Internet – basta recarsi presso un comune osservatorio spaziale per rendersi conto dell'assoluta infondatezza delle suddette teorie.
Insomma, il mondo, probabilmente, non finirà nel 2012, così come non è finito nel 1000 o nel 1300. L'unico modo per prevenire le REALI catastrofi verificabili, è quello di iniziare ad avere più rispetto nei confronti dell'ambiente in cui viviamo, adottando una visione ecologicamente sostenibile del rapporto fra progresso e pianeta; anche perché, credere in queste balordaggini, è una grave offesa alla presunta superiorità intellettuale degli umani sugli altri esseri viventi e nei confronti della natura che lo circonda.

lunedì 2 maggio 2011

Drogato di Curiosità

di Pasqualino Placanica
Ho frequentato la scuola elementare dalle suore, in un istituto privato, non tanto per questioni religiose, quanto per il fatto che. essendo nato il 5 gennaio, iscrivendomi alle scuole comunali avrei perso un anno; le scuole comunali non accettavano in prima elementare coloro i quali alla data del 31 dicembre non avevano ancora compiuto i sei anni, mentre gli istituti privati erano esentati da questa regola e, visto che si facevano pagare profumatamente, non si sognavano nemmeno di applicarla d’iniziativa, anzi ne sfruttavano i vantaggi. A quei tempi (era il 1967/68 quando frequentai la prima elementare) le parole notebook, internet, wi-fi, smartphone, non esistevano; i concetti che esprimono adesso, elaborati in modo fantasioso, aleggiavano in qualche modo in telefilm di fantascienza come “Spazio 1999” o film come “2001 Odissea nello spazio”, ed io sognavo che da grande avrei potuto magari visitare mondi nuovi (come se già conoscessi il mio!). Ricordo che passavo ore ed ore, di notte, a guardare il cielo pensando a cosa ci fosse di sconosciuto in quella miriade di puntini luminosi; oppure guardavo le cartine geografiche dell’Atlante immaginando di scoprire, dalla conformazione dei confini dei continenti, dove potesse trovarsi il leggendario regno di Atlantide, sommerso da un cataclisma; ho notato da solo, a dieci anni di età, senza alcuna indicazione che i contorni dell’America del sud e quelli dell’Africa praticamente coincidono, ed in seguito a questa mia “scoperta” ho poi saputo, cercando informazioni sui miei amati libri, che secondo una accreditata teoria (la teoria della deriva dei continenti) una volta i due continenti erano uniti. Praticamente mi drogavo di curiosità, al punto di ritrovarmi spesso in overdose. L’overdose di curiosità, credetemi, è qualcosa di terribile ed allo stesso tempo affascinante; si nutre di se stessa e può fare raggiungere l’estasi senza alcuna conseguenza per il fisico del drogato. È terribile perché può andare avanti all’infinito (il drogato di curiosità non è mai sazio definitivamente), è affascinante perché stimola la mente alla ricerca. L’antidoto è naturalmente la conoscenza, lo studio, ma non è una soluzione definitiva. Il drogato di curiosità non guarisce mai. I mezzi per studiare, ai tempi della mia infanzia, erano solo ed esclusivamente i libri. Ed io, drogato di curiosità, i libri non li leggevo: li divoravo. In una notte ero capace di leggere un intero volume di storia o un libro di avventure. La storia è stata la mia prima passione: ho capito subito che prima di pensare a come sarà il futuro avrei dovuto conoscere com’è stato il passato. Andavo a scuola dalle suore dicevo, ma non me n’era chiaro il significato; pensavo di andare a scuola e basta, invece andavo a scuola “dalle suore”. Il primo chiarimento in merito lo ebbi in terza elementare, quando iniziai a frequentare il catechismo per prendere la Prima Comunione. Le lezioni erano tenute da una suora (suor Bianca, la ricordo come se la vedessi adesso) e si svolgevano praticamente secondo un vero e proprio manuale; la suora sapeva perfettamente cosa doveva dire durante la lezione, faceva poi domande preconfezionate agli allievi in modo tale da potere rispondere ad eventuali contro-domande sempre secondo manuale. Ma noi eravamo bambini, ed i bambini si sa, anche se a scuola dalle suore, sono spesso imprevedibili; accadde un giorno che il discorso sulla carità della Chiesa prendesse una brutta piega.....per la suora, intendo. Un mio compagno raccontò di essere andato in visita al Vaticano e di averne visto le ricchezze; concluse chiedendo com’era possibile che le chiese fossero adornate di quadri ed ori che avrebbero potuto essere usati per sfamare i popoli del terzo mondo; come poteva la Chiesa sfoggiare lussi e contemporaneamente raccogliere fondi per gli affamati? «Domanda-standard!» – pensò suor Bianca – e dal suo scafato manuale mentale tirò fuori la risposta-standard relativa: «Ma la chiesa è la casa del Signore, ed il Signore vuole che la sua casa sia bella ed accogliente, ben arredata per ricevere i suoi figli; voi non vorreste avere una casa bella ed accogliente, con bei quadri ai muri e ben arredata?» Silenzio…elaborazione della risposta ricevuta…(mumble mumble…come direi adesso) dopo qualche secondo mi alzai e dissi: «Sì, ma prima di comprare i quadri da appendere al muro io mi preoccuperei di dare da mangiare ai miei figli!». La lezione finì immediatamente per non meglio specificati motivi urgenti; il giorno dopo mio padre fu convocato dalla Madre Superiora. Non so cosa si dissero, perché a me nessuno disse niente; anzi, al momento non capii proprio nulla, e mi riproposi di ripetere la domanda alla lezione successiva. Naturalmente non ci riuscii, perché la suora fu abilissima ad impedirmelo senza traumi. Cominciai ad avere sospetti sulla limpidezza (o se vogliamo, della completezza) delle informazioni che ricevevo, tanto più che spesso quello che sentivo dire a scuola non combaciava con quello che poi leggevo a casa, sui libri che, come dicevo prima “divoravo”. Quarta elementare, tema: “Le origini dell’uomo”. Naturalmente per me il giardino dell’Eden ed Adamo ed Eva erano solo una bella storiella, e neanche mi sognai di farvi riferimento. Scrissi una specie di trattato sulla teoria di Darwin e lo consegnai convinto di avere fatto un ottimo tema da dieci, che avrebbe permesso alla mia fila di banchi di vincere la gara che si teneva ogni volta in occasione dei compiti in classe. Il giorno dopo non andai a scuola, non ricordo perché, ma ne fui molto contrariato: si sarebbero corretti i temi in classe ed io non avrei potuto ricevere i complimenti dei compagni di fila. Al mio ritorno in classe, notai una certa ostilità negli sguardi dei miei compagni mentre mio padre si intrattenne a discutere animatamente con la suora, potete immaginare perché. Poi mi fu consegnato il quaderno dei temi ed io, che non avevo ancora capito un tubo, lo aprii con avidità convinto di trovarvi un bel voto e magari anche un commento di lode. Il tema era stato sbarrato interamente da una bella “X” in rosso per tutte le quattro pagine, ed in calce troneggiava un “3 meno meno” che praticamente stroncava le speranze della mia fila di vincere la gara dei compiti in classe. Stavolta però, mi fu spiegato qual era il problema; mi fu spiegato, ed io capii. Capii ma non approvai; da quel momento non aspettai altro che completare il ciclo elementare per potere andare via da un ambiente che mi era ostile. Anzi, ricordo che pensai che era ostile alla mia mente, alla mia ragione. Io, che ero costantemente in overdose di curiosità, non potevo, secondo quelli che erano stati delegati alla mia educazione, attingere allo scibile umano ed elaborare i dati per ottenerne un’opinione che fosse mia. Impossibile da accettare, per me. Continuai a leggere libri avidamente e lo faccio tutt’ora, con i limiti che mi impone l’uso degli occhiali derivante dall’età. Da quel periodo della mia vita, fondamentale per la mia formazione mentale, ho ricavato una massima che continuo ad applicare, e che cerco di trasmettere senza pretesa di accettazione a scatola chiusa (sarebbe in contrasto con la stessa massima) agli esponenti delle nuove generazioni con cui ho contatti: “se Dio mi ha dotato di un cervello, evidentemente vuole che lo usi”.