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mercoledì 23 febbraio 2011

Dialogo fra due pendolari bagnaresi

di Natale Zappalà
F= Franco
R= Rocco

(Squillo del telefono cellulare)

R: Pronto?
F: Uè cumpari! Mi dai un passaggio a Reggio, domani? A che ora prendi servizio, come al solito alle nove? Così facciamo pure colazione insieme.
R: Come no compare? Ci vediamo alle sei meno dieci davanti al solito bar.
F: Alle sei meno dieci? Ma 'ndi imu ca' varca?
R: Sì, compare! E' l'unico modo per arrivare al lavoro puntuali. Da domani chiudono lo svincolo di Scilla.
F: E allora? Non possiamo prendere l'autostrada a Santa Trada?
R: E' chiuso pure quello, compare! Sono mesi e mesi che è chiuso.
F: E se facessimo la Statale fino a Villa?
R: Cumpari si pacciu! Si cammina a passo d'uomo, fra i camion che devono andare fino a Villa per traghettare, i ciclisti, chi fa jogging e chiddi chi si fannu 'a passijata oppuru ca vannu mi si 'mboscunu ca machina.
F: Ma sunnu propria barzelletti!
R: E che si deve fare? Ci vuole pazienza. Aspettami un secondo compare, mi chiamano sull'altra linea.

(Passa una manciata di minuti)

R: Compare, abbiamo risolto! Domani ci vediamo alle otto meno dieci al bar. Abbiamo trovato un passaggio migliore!
F: Averu? Cu era?
R: Mi chiamau San Franciscu 'i Paula. Domani 'ndi imu cu mantellu, così evitiamo deviazioni, monocorsie e svincoli chiusi.
F: Benedetto San Francesco! Ma non potiva iari mi travagghia cull'Anas?
R: Eh no, compare! Ca se si spascia puru u mantellu i San Franciscu a 'Riggiu 'rrivamu sulu cu ciucciu!
F: Che dobbiamo fare, compare? Qui siamo nelle mani del Signore.
R: Già! Ci vediamo domani, compare. Salutami i figghioli.
F: Sarà fatto! A domani allora.

P.S.
Il contesto del dialogo è stato drammatizzato. In realtà, dal 26 febbraio all'8 Aprile sarà chiuso sì lo svincolo di Scilla, ma solo sulla carreggiata Nord. Quindi per chi va a Reggio da sud, se si eccettuano i consueti rallentamenti e il senso unico alternato già attivo, non dovrebbero esserci troppi problemi.

domenica 20 febbraio 2011

Un giudizio spassionato sullo show sanremese di Benigni

di Natale Zappalà

Risulta molto arduo, in Italia, provare a contestare tutto ciò che è nazional-popolare, se non altro perché, in questi casi, viene immediatamente applicato il cosiddetto “principio dell'auctoritas”, ossia l'impossibilità di criticare una supposta autorità, la quale, in virtù del proprio curriculum o semplicemente per la convenienza del momento, viene elevata dal pubblico al rango di infallibile. Ci si scorda facilmente, ahinoi, della naturale ed inalienabile imperfezione che contraddistingue ogni essere umano!
Lo show di Roberto Benigni a Sanremo rientra in questa casistica. L'esegesi dell'inno di Mameli e l'annessa lezione di Storia moderna tenute dal comico toscano hanno immediatamente infiammato l'opinione pubblica italiana.
In realtà, il premio Oscar – che rimane, a parere di chi scrive, un artista di straordinario talento –, nell'improvvisarsi storico ed esegeta, ha proferito svariate inesattezze, macchiando alcune condivisibili affermazioni sull'italianità con quelle irreali forme di esaltazione retorica e nazionalista tipiche del libro Cuore o di altri capisaldi del canone risorgimentale, quella sterminata produzione letteraria – dal Marzo 1821 all'Ettore Fieramosca che servì, a livello didattico, a forgiare le coscienze dei nuovi italiani, i quali, come disse D'Azeglio, nacquero dopo l'Italia stessa (“Fatta l'Italia, bisogna fare gli Italiani”).
Si può ben comprendere quanto i richiami ai patrioti o a determinate imprese eroiche, se accompagnati a continui ed auspicabili appelli al risveglio o al riscatto, costituiscano degli argomenti stimolanti per il pubblico italiano che, a conferma della propria congenita incoerenza, sovente si riscopre tale soltanto durante le feste comandate, siano esse i Mondiali di Calcio o il Festival di Sanremo; d'altro canto, la routine è piena zeppa di episodi intrisi del più becero campanilismo fra cittadini di diversi quartieri, città, provincie e regioni.
Così facendo, si rischia di perdere il contatto con la realtà. In primis perché non è assolutamente vero che la costruzione dell'Unità ebbe per protagoniste le masse popolari. Si trattò essenzialmente di un processo guidato da gruppi elitari svincolati dalle masse popolari – repubblicani mazziniani e federalisti, neoguelfi, o monarchici – che si concluse con la vittoria della tesi cavouriana: la creazione di uno stato unitario sotto l'egida della dinastia Savoia, inizialmente orientata all'esclusiva espansione dei possedimenti sabaudi nella pianura padana.
Né tantomeno il concetto di koiné culturale invocato da Benigni in riferimento al filone linguistico e letterario che da Dante, Petrarca e Boccaccio sino ad Alfieri e Manzoni, si riconosceva nella comunanza dell'italiano, risulta in grado di reggere il confronto con la realtà storica. L'italiano, o meglio “gli italiani” – il mistilinguismo dantesco della Commedia è molto diverso dal fiorentino colto di Petrarca o da quello “vivo” di Machiavelli –, impiegati da questi illustri scrittori, rimasero dei modelli esclusivamente letterari e sconosciuti al volgo almeno sino all'avvento degli unici strumenti di diffusione capillare della lingua in questione: radio, cinema, televisione e quotidiani, i mezzi di comunicazione di massa nati nel XX secolo. Prima di allora, solo chi possedeva un determinato tipo di formazione – intellettuali, chierici, nobili ed uomini di legge – sapevano padroneggiare una lingua che qualcuno scriveva, ma quasi nessuno parlava. Facendo un paragone non troppo azzardato, scrivere in italiano, ancora nell'Ottocento, quando Manzoni “risciacquava in Arno” la troppo “lombarda” prima stesura dei Promessi Sposi, equivaleva a compiere un'operazione artificiale, come se un Reggino del Terzo Millennio scrivesse in grecanico.
I moderni concetti di “nazione” o “patria” – intesi come convergenza di lingua, cultura o etnia, all'interno di uno spazio geografico coerente – furono coniati solo dopo la Rivoluzione Francese. Si compie un anacronismo bello e buono quando si tenta di rintracciare un'identità nazionale italiana prima di questa data. Se qualcuno avesse chiesto a Dante informazioni circa la sua patria, il sommo poeta avrebbe certamente indicato Firenze. La “nazione” o la “patria” erano infatti il luogo di nascita, natio quia nata.
Non si possono, in Storia, esportare categorie concettuali contemporanee nel passato, altrimenti si rischia di fare le figure barbine che fecero gli studiosi tedeschi e francesi di fine XIX sec., che tentavano di dimostrare le presunte origini francesi piuttosto che tedesche di Carlo Magno; il quale, non avendo la minima idea, nel VIII-IX sec., di cosa fossero la Francia o la Germania in qualità di moderni stati-nazionali, si sarebbe fatto una sonora risata di fronte a tali, angosciosi, interrogativi.
Il discorso di Benigni, in definitiva, è stato scientificamente approssimativo, con buona pace di tutti coloro che ne hanno tessuto le lodi dal punto di vista storiografico. Non c'è dubbio che il comico toscano abbia errato “per troppo amore” – come pure qualcuno fra i suoi sparuti critici ha sostenuto –, ma il “troppo amore” non fa bene alla necessità, da parte del pubblico italiano, di acquisire la reale consapevolezza delle proprie radici. Le quali, come ragionevolmente ha recitato uno spot RAI andato in onda nelle scorse settimane, sono molteplici e vanno rigorosamente, nonché singolarmente, valorizzate.
L'Italia è oggi una, ma è nata da molteplici identità culturali locali – di “poligenesi” parlerebbero i cattedratici – ed ognuna di esse può essere degnamente divulgata semplicemente e metodologicamente documentandosi. L'incontro fra queste diversità non è stato, non lo è, e probabilmente non lo sarà mai, indolore. Dovrebbe essere questo il corretto approccio al 150° anniversario dell'Unità. Bisogna, in altri termini, alternare la cronaca alla favola, il trombone alla sviolinata, la tragedia all'idillio. Le coscienze si costruiscono al riparo dalla retorica e dalle strumentalizzazioni di sorta, leghiste, borboniche, iper-nazionaliste che siano. E questo vale anche per Benigni, certamente più attendibile quando commenta la Divina Commedia.

giovedì 20 gennaio 2011

La valigia di cartone

di Natale Zappalà


Si racconta che quando gli invasori Normanni entrarono per la prima volta a Reggio, nel 1059/60, rimasero stupefatti dalla bellezza della città, nonché dalla ricchezza e dalla cultura dei suoi abitanti. Così come, decine di secoli prima, erano rimasti di sasso i Romani.
La Pianura Padana si presentava ancora come una fossa acquitrinosa e malarica – il cuore della Lombardia, nel Medioevo, veniva denominato emblematicamente “Lago Gerundo” – e certamente nessun uomo del Sud, già convinto della sfericità della Terra (lì si leggevano i Pitagorici e si copiavano i classici della letteratura greca) o di quale fosse il corretto approccio alla politica, sognava minimamente di doversi recare a Medheland (“la terra del mezzo”) per sopravvivere.
I tempi sono cambiati ed oggi i nostri sguardi tristi e perplessi di posteri hanno visto migliaia, forse milioni, di valigie cartonate sciuparsi sopra i portapacchi malfermi di un treno che puntava solo al Nord. Un esodo di vite, braccia e pensieri che neppure il Terzo Millennio è riuscito ad arginare.
Ogni parente, ogni amico, ogni conoscente che parte fa bruciare l'animo di chi resta. Ci si sente come il verde pioppo che in autunno assiste impassibile alla perdita delle proprie foglie: non può impedire che esse si stacchino dai rami, né che si disperdano lontano dalle radici.
Ogni giorno questa terra smarrisce molti dei suoi figli. Eppure spesso essi hanno studiato, hanno imparato un mestiere, hanno voglia e bisogno di lavorare. Ma la realtà non cambia.
Di chi è la colpa? Intorno si sentono spesso pontificare i rappresentanti eletti di coloro che restano. Ma sono sempre e soltanto chiacchiere e le chiacchiere hanno le ali, quando qui non serve volare, serve sopravvivere. Ci siamo piegati a tutto pur di sussistere: alle favole dei politicanti, alle raccomandazioni, all'etica protestante della produttività ad ogni costo, al malcostume e alla criminalità di pensiero e di azione.
Neanche tutto ciò è bastato. Forse è per questo che questa fottuta uggia nel cuore non ci abbandona, anche se siamo ormai giunti al binario cruciale della nostra vita. Potevamo fare di più per far sentire la nostra voce in patria. Ci è rimasto appena il coraggio per andare via. Chi ci governa dovrebbe sapere che ogni mente che abbandona questa latitudine di lacrime e vane speranza costituisce un altro passo verso il baratro del fallimento globale.
Buona fortuna amico mio! All'inferno saremo in buona compagnia.

domenica 16 gennaio 2011

Cosa scegliere per il proprio tempo?

di Stefania Guglielmo


Assente, mi sentivo assente, e la mia stessa esistenza nella vita mi rendeva tale.
Poi mi fermai e tutto fu chiaro: Cosa volevo? Nulla per cui stavo lavorando, eppure il mondo mi imponeva una certa andatura, seguendo una direzione che, ahimè, avrei rispettato. Il mondo rubava il tempo al mio tempo! Ecco che – una volta ferma, una volta sola con il mio tempo – potei rammentare che esso è uno solo, potei riflettere che i momenti recenti fissi nella mia memoria erano davvero pochi… Avevo saltato del tempo e nulla me l'avrebbe restituito, quel tempo era ormai morto nella mia vita ”.

Come per uno scrittore che per un po' di tempo abbandona la sua arte e pensa di non possederla più, può capitare di smarrire la propria essenza e di ritenerla perduta: così il concetto summenzionato può essere formulato a tutte le età, perché talvolta ci si sente assenti nella propria esistenza.
Si crede di aver perso tempo perché, in effetti, si è vissuto un tempo morto; a volte gli impegni che la vita in sé impone, ai quali non si appartiene totalmente, sembrano rubare il tempo al proprio stesso tempo, sembrano rubare quel tempo che tanto si sarebbe voluto dedicare a ciò che più riesce a far sentire vivo ognuno.
E se questo tempo diventasse una vita?
Ogni individuo realizza di arrivare al suo massimo grado di essere tramite una forma d'arte, un aspetto della sua personalità, un talento, o quel che sia, e vorrebbe portarlo avanti fino in fondo per tutto il tempo in cui vivrà, dando così un’alta dignità a quella magnifica esperienza individuale: l'esistenza!
Gli studi o il lavoro dovrebbero essere strumenti utili all'individuo in questo suo percorso individuale, per l'appunto e quindi avrebbero ragion d'essere su misura ad ogni essenza, seppure spesso, oggigiorno, questo non sia possibile. Ci sono condizioni immancabili per vivere e che nell’attuale contesto societario e cronologico si tramutano in insormontabili difficoltà per chi possiede un’essenza ammirevole ma difficilmente idonea al mondo del lavoro.
Si pensi ad esempio a quei giovani con una passione, a quei giovani che hanno riconosciuto qualcosa che li risveglia profondamente, sebbene consapevoli che probabilmente essa nell’odierna situazione, per quanto elevi la propria dignità non li aiuterà nel gettare le basi del proprio futuro.
Oggi questi stessi giovani che guardano gli amici più grandi i quali hanno già conseguito un titolo di studio seguendo la propria strada andare alla ricerca di un lavoro qualsiasi, in cerca delle condizioni necessarie per sopravvivere, magari utili ai fini di realizzare i molteplici progetti scaturiti dal loro talento, cosa dovrebbero scegliere?
La nostra società spesso si lamenta delle peculiarità dei propri giovani, ma un INDIVIDUO sveglio, attento e realista deve sacrificare parte del suo tempo in studi o arti che non gli appartengono, sperando che un giorno, raggiunte quelle minime condizioni per vivere, se non troppo stanco, riuscirà a dedicarsi a ciò che egli è veramente? Oppure deve scegliere dal principio la sua strada, ciò che lo fa sentire ed esistere singolarmente? Egli deve scegliere di vivere il tempo come suo e di non sentirlo mai morto nella sua stessa vita, pur correndo molti rischi.
Constatare che c’è chi comprende cosa significa sentirsi assenti a diciotto anni già solo andando a scuola, forse, potrebbe far riflettere sull’importanza di sentirsi vivi, sull’importanza o meglio  sulla necessità che i giovani seguano la propria strada, intimamente e coscienziosamente ritenuta tale, diversa da quella tracciata da una società ormai in frantumi.

giovedì 9 dicembre 2010

CEI o CI FAI?

di Natale Zappalà

Roma, 2 dic. (Apcom) - La Conferenza episcopale italiana promuove l'insegnamento della religione cattolica (Irc) con un messaggio nel quale, in vista del prossimo anno scolastico, si rivolge alle famiglie che scelgono l'ora di religione per "incoraggiare positivamente quanti non l'hanno ancora scelta, affinché scoprano la ricchezza della dimensione religiosa della vita umana e la sua valenza educativa". "Nell'anno scolastico 2009-2010 l'insegnamento della religione cattolica è stato scelto dal 90% delle famiglie e degli alunni delle scuole statali. Tale dato sale al 90,80%, se si tiene conto anche di quanti frequentano scuole cattoliche", scrive la presidenza Cei nel messaggio. "L'alto tasso di adesione attesta la forza di attrazione di questa disciplina, di cui gli stessi avvalentisi sono i testimoni più efficaci. Proprio a questi studenti e alle loro famiglie chiediamo di incoraggiare positivamente quanti non l'hanno ancora scelta, affinché scoprano la ricchezza della dimensione religiosa della vita umana e la sua valenza educativa, finalizzata al pieno sviluppo della persona".

Si parta dal presupposto che la scuola italiana deve sempre e comunque garantire il rispetto della diversità che spetta agli studenti di diversa appartenenza confessionale, facilitandone l'integrazione all'interno di uno stato laico de jure. Ne consegue che l'invito del Card. Bagnasco – pur ossequioso del libero arbitrio, dal momento che se gli studenti cattolici scegliessero di persuadere tutti coloro che hanno scelto di non avvalersi dell'ora di religione (cattolica), questi ultimi rimarrebbero comunque nel diritto di rifiutare cortesemente – risulta inaccettabile.
Se alla CEI sta così a cuore “la scoperta della ricchezza della dimensione religiosa della vita umana e della sua valenza educativa”, allora si diano da fare per ridefinire i rapporti fra Stato e Santa Sede previsti dall'ormai anacronistico Nuovo Concordato del 1984, in modo da sostituire l'insegnamento esclusivo e monocratico della confessione cattolica con quello della storia delle religioni.
Difatti, l'unico modo per dotare i giovanissimi di una provvida apertura mentale nei confronti del “sacro”, orientando per davvero le loro menti alla comprensione di realtà ed atteggiamenti del genere senza mai interferire con l'inalienabilità delle convinzioni del singolo individuo, coincide con l'introduzione dell'indagine storico-comparativa dei fenomeni religiosi nei programmi didattici. Solo così i ragazzi, seguiti da docenti specializzati e possibilmente non selezionati dalle diocesi, potranno realmente arricchirsi culturalmente sull'argomento, imparando dalla diversità, dall''incessante ed imperturbabile cambiamento che caratterizza le cose umane. Analizzare criticamente la genesi, la tipologia, le peculiarità del fondatore, lo sviluppo e l'incidenza evenemenziale di ogni confessione costituisce una metodologia ottimale al fine di prevenire intolleranze, fondamentalismi e fanatismi in una società multiculturale come quella del XXI secolo.
Altimenti i vertici della CEI facciano più attenzione quando scelgono certi termini: “la valenza educativa della religione” è un concetto che non attiene al solo cattolicesimo, ma alle religioni nel loro complesso, e cioè ad una serie di aspetti riconducibili a mentalità e comportamenti che si collocano prima ed al di là della sfera umana (prius et supra, secondo la terminologia storico-religiosa), sia individualmente, sia come espressione di un dato gruppo umano. Se poi si parlasse di “valenza educativa del cattolicesimo”, allora il discorso è un altro e il Card. Bagnasco avrebbe sicuramente ragione nel far propaganda alla confessione a cui appartiene. Certo, si tratterebbe sempre di una forma larvata di ingerenza all'interno di uno stato laico sovrano – dove la religione del singolo dovrebbe interessare le istituzioni solo quando si rischia di mettere in discussione l'ordine pubblico – ma ormai ci abbiamo fatto l'abitudine.

domenica 31 ottobre 2010

"Il nostro caro angelo": un inno alla libertà religiosa

a cura di Natale Zappalà


La fossa del leone
è ancora realtà
uscirne è impossibile per noi
è uno slogan falsità
Il nostro caro angelo
si ciba di radici e poi
lui dorme nei cespugli sotto gli alberi
ma schiavo non sarà mai
Gli specchi per le allodole
inutilmente a terra balenano ormai
come prostitute che nella notte vendono
un gaio un cesto d'amore che amor non è mai
Paura e alienazione
e non quello che dici tu
le rughe han troppi secoli oramai
truccarle non si può più
il nostro caro angelo
è giovane lo sai
le reti il volo aperto gli precludono
ma non rinuncia mai
cattedrali oscurano
le bianche ali bianche non sembran più
Ma le nostre aspirazioni il buio filtrano
traccianti luminose gli additano il blu

Il nostro caro angelo”, titolo del brano e dell'album del 1973, costituisce probabilmente uno dei pezzi più sofisticati, testualmente e musicalmente, del duo Mogol-Battisti.
L'apparente ermeticità del testo viene spiegata dallo stesso paroliere nel corso di un'intervista rilasciata a Claudio Bernieri (1978):

<< Il nostro caro angelo è un discorso contro la Chiesa! L'hai sentita? Il nostro caro angelo è l'ideale. Effettivamente è un testo un po' difficile, però è autentico. Guarda che è semplicissimo, te lo posso spiegare in tre parole: voglio dire che l'ideale dell'uomo è distrutto man mano che si vive, perché è chiaro che chi vive con le ali viene ferito. Allora si mettono i remi in barca e si comincia a fare il discorso del compromesso; qui c'è proprio il tentativo di difendere questo ideale, le ali bianche non servono più. L'uomo condannato da questa Chiesa, visto come un peccatore, oscura sempre di più: è un discorso contro la Chiesa fatto con mezzo milione di copie, è un discorso sociale, assolutamente>>.

Alla luce della spiegazione di Mogol, l'ascolto de Il nostro caro angelo acquista molto più significato e fascino, la lettura del testo si arrichisce di nuove riflessioni.
Notiamo come, specie nei versi finali (le reti il volo aperto gli precludono/ma non rinuncia mai/ cattedrali oscurano/ le bianche ali bianche non sembran più/ ma le nostre aspirazioni il buio filtrano/traccianti luminose gli additano il blu) venga impiegato il consueto linguaggio salvifico, espresso attravarso l'opposizione di luce ed ombra, adoperato durante i sermoni, ma con una prospettiva, se così può definirsi, “rovesciata”. Naturalmente si tratta di un'interpretazione soggettiva, per amore di scientificità precisiamo che non è assolutamente detto che quelle che seguono equivalgano alle reali intenzioni scrittorie dell'autore.
L'ideale dell'essere umano, allegoria della LUCE mogoliana, una libertà etica coerente e consapevole, viene OSCURATA dal BUIO delle CATTEDRALI, dalle RUGHE vecchie di TROPPI SECOLI, dal dogmatismo e dal ritualismo prettamente ecclesiastico.
Eppure, le NOSTRE ASPIRAZIONI rimangono talvolta in grado di FILTRARE IL BUIO, di emergere al di là della cortina incancrenita delle costrizioni religiose.
Sono i sentieri svavillanti di verità, le TRACCIANTI LUMINOSE, ad indicare (ADDITARE) il cammino da seguire per arrivare al BLU, metafora della felicità, il cui corrispondente semantico nell'accezione cristiana è il concetto di beatitudine.
Lasciamo ora spazio a questo splendido pezzo, in una versione sperimentale dal vivo.

La "Preghiera a Dio" di Voltaire

L'attualità del Trattato sulla Tolleranza di Voltaire (1763) risulta disarmante, persino in questi tempi di oscurantismo e barbarie che hanno assunto le forme seducenti della modernità e della tecnocrazia.
La Preghiera a Dio costituisce probabilmente il punto più alto del deismo filosofico settecentesco, nonché un testo programmatico sulla valenza etica della tolleranza religiosa difficilmente confutabile, con buona pace delle teologie passate, presenti e future.
La dedichiamo ai giovani ed alla speranza di un futuro diverso.
(N.Z.)

Non è più dunque agli uomini che mi rivolgo; ma a te, Dio di tutti gli esseri, di tutti i mondi, di tutti i tempi:se è lecito che delle deboli creature, perse nell'immensità e impercettibili al resto dell'universo, osino domandare qualche cosa a te, che tutto hai donato,a te, i cui decreti sono e immutabili e eterni, degnati di guardare con misericordia gli errori che derivano dalla nostra natura.Fa' sì che questi errori non generino la nostra sventura.Tu non ci hai donato un cuore per odiarci l'un l'altro, né delle mani per sgozzarci a vicenda;
fa' che noi ci aiutiamo vicendevolmente a sopportare il fardello di una vita penosa e passeggera. Fa' sì che le piccole differenze tra i vestiti che coprono i nostri deboli corpi,tra tutte le nostre lingue inadeguate, tra tutte le nostre usanze ridicole,tra tutte le nostre leggi imperfette, tra tutte le nostre opinioni insensate,tra tutte le nostre convinzioni così diseguali ai nostri occhi e così uguali davanti a te,insomma che tutte queste piccole sfumature che distinguono gli atomi chiamati "uomini" non siano altrettanti segnali di odio e di persecuzione.Fa' in modo che coloro che accendono ceri in pieno giorno per celebrarti sopportino coloro che si accontentano della luce del tuo sole;che coloro che coprono i loro abiti di una tela bianca per dire che bisogna amarti, non detestino coloro che dicono la stessa cosa sotto un mantello di lana nera;che sia uguale adorarti in un gergo nato da una lingua morta o in uno più nuovo.Fa' che coloro il cui abito è tinto in rosso o in violetto, che dominano su una piccola parte di un piccolo mucchio di fango di questo mondo,e che posseggono qualche frammento arrotondato di un certo metallo, gioiscano senza inorgoglirsi di ciò che essi chiamano "grandezza" e "ricchezza",e che gli altri li guardino senza invidia: perché tu sai che in queste cose vane non c'è nulla da invidiare, niente di cui inorgoglirsi.Possano tutti gli uomini ricordarsi che sono fratelli!Abbiano in orrore la tirannia esercitata sulle anime,come odiano il brigantaggio che strappa con la forza il frutto del lavoro e dell'attività pacifica!Se sono inevitabili i flagelli della guerra, non odiamoci, non laceriamoci gli uni con gli altri nei periodi di pace,ed impieghiamo il breve istante della nostra esistenza per benedire insieme in mille lingue diverse,dal Siam alla California, la tua bontà che ci ha donato questo istante.