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giovedì 14 febbraio 2013

Il Grand Tour nella Calabria greca

di Franco Tuscano











Libri e scritture di viaggio (la cosiddetta “letteratura odepòrica”, ovvero, “attinente al viaggio”), si intensificano grazie alla pratica del “ GRAN TOUR”, attraverso cui, a partire dalla fine del ‘600-inizio ‘700, i rampolli europei di buona famiglia completano gli studi “puntellando” il proprio background culturale. Fin dal principio, si evince che tra le mete preferite dai viaggiatori c’è il “Belpaese”: l’Italia, tappa obbligata in seguito alla rinnovata cultura umanistica, in quanto, tra il XV e il XVI sec., la nostra penisola è “la grande officina di una rivoluzione artistica di assoluto rilievo internazionale”.
La Calabria, quella ionica in particolare, è rimasta però sempre ai margini degli itinerari di viaggio che interessano invece, seppur parzialmente, la costa tirrenica fino a Reggio, meta ultima del traghettamento verso la Sicilia. L’Aspromonte estremo poi, “ in finibus Calabriae”, -frontiera culturale, perché, roccaforte greca in terra latina, ma soprattutto “cerniera”, “anello di congiunzione” fra Oriente e Occidente- appare un’isola remota e immobile, “nel tempo ma fuori dal tempo”( T.S. Eliot), fuori dalla storia, separata non solo fisicamente ma anche culturalmente dal resto dello “stivale”; una terra rimasta “off limits” a gran parte dei viaggiatori (lo stesso Goethe “salta” la Calabria) e colpevolmente ignorata, quando non –addirittura- mistificata dalla storiografia.
Oltre che terra irraggiungibile, essa non gode di una buona reputazione, in quanto, gravata dal forte pregiudizio relativo alle sue “proverbiali insidie”, rappresentate soprattutto dalla presunta pericolosità dei suoi abitanti, descritti come briganti, ladri e assassini.( A tal proposito, è curioso far notare che, il grandissimo Rohlfs,- il quale amava l’Italia e adorava la Calabria, di cui arrivò a visitare 365 località…- avesse confessato che l’unico furto subìto in Italia, in più di 60 anni di continue visite, si fosse verificato a Roma e, per di più, ad opera di un suo connazionale…). Intraprendere un viaggio in Calabria,- parentesi a parte - diventa perciò una sorta di “avventura al buio” che pochi sono disposti ad affrontare, anche se, è bene precisarlo, le considerazioni iniziali vengono spesso riviste e quasi sempre ribaltate ed i pregiudizi cancellati dal contatto diretto con la gente di Calabria, che ha sempre manifestato, nei confronti di qualsiasi visitatore, la sacralità del valore dell’ospitalità, che affonda le sue radici nella antica “xenìa” di matrice greca. Quindi, le (presunte) insidie “naufragano” sistematicamente ed ineluttabilmente di fronte ai sentimenti ed ai comportamenti xenòfili, profondamente “scolpiti” nel cuore e nella mente del popolo calabrese.
Nonostante i pregiudizi di cui sopra, dopo il Barrio (fine ‘500) e il Pacichelli (inizio ‘700), la Calabria, fra la metà del ‘700 e il ‘900, è meta prescelta di viaggiatori provenienti da varie parti d’Europa( per citarne alcuni:Dierkens, Vivant-Denon, Saint-Non, Swinburne, Witte, Strutt, Keppel-Craven, Lear, Douglas, Tuzet, Destreèe, ecc.).
Le pagine di questi scrittori, che per lo più percorrono i loro itinerari a piedi ( Douglas a cavallo, Tuzet in auto-siamo nel primo ‘900-), sono memorie che prendono forma di giornali di viaggio, di approfondite inchieste sociali, di suggestive note antropologiche, che proiettano la Calabria in generale e l’Aspromonte estremo in particolare, in una dimensione quasi eterea, una terra insidiosa ma bellissima e seducente, che si svela- come mirabilmente sottolinea Edward Lear- con due “facies”: infernale e paradisiaca.
E’ lo stesso viaggiatore inglese che, durante il suo “tour” a piedi nella provincia di Reggio Calabria(1847), nota ed annota nel suo taccuino di viaggio, le forti contraddizioni di una terra dal fascino indiscutibile, in cui tutto si compenetra: leggenda e storia, mare e montagna, mitologia misticismo, oriente e occidente, latinità e grecità. Lo scrittore e paesaggista, divenuto celebre per il suo rimare “nonsense” ed a cui è “intitolato” il famoso e suggestivo “sentiero dell’inglese” nello hinterland dell’Area Grecanica, non omette di segnalare che, ovunque, sebbene si vivesse una fase difficile dal punto di vista economico-sociale-politico, le persone da lui visitate non avevano assolutamente smarrito il loro radicatissimo, “religiosissimo” senso dell’ospitalità.
La Calabria è, quindi, una terra “dall’anima greca”, se è vero come è vero che, (anche) i tanti viaggiatori stranieri ne hanno evocato e decantato - oltre che le bellezze naturalistiche e paesaggistiche- soprattutto le “bellezze dello spirito” della gente di Calabria, forgiato e plasmato-senza soluzione di continuità- attraverso millenni di storia e del quale(spirito), l’inalterabile sacralità della “filoxenìa”, di omerica memoria, ne è fedele, esemplare, straordinaria interprete…

giovedì 24 novembre 2011

Breve storia della scrittura

di Manlio Adone Pistolesi

La scrittura è stata una delle invenzioni piú importanti della storia; quest'ultima non esisterebbe senza l'invenzione della scrittura. Non si conoscono precisamente le origini di essa, ma la piú antica appartiene ai Sumeri che rappresentavano oggetti e parole con dei cunei; da questa rappresentazione deriva il termine «cuneiforme».
In Paesi piú o meno lontani, la scrittura assomigliava molto a quella sumera, basti pensare ai geroglifici egizi. Ma su qualcosa tutte le scritture concordano: il fine di lasciare una traccia ai posteri: narrazioni di guerre, poesie, opere teatrali e tutto ciò che ci ha permesso di comprendere il passato. Il termine «storia», senza queste fonti di sapere scritte, non esisterebbe. Si definisce comunemente «storia» il periodo che va dalle piú antiche scoperte relative alla scrittura ad oggi. La «preistoria», ciò che viene prima della «storia», viene così chiamata perché non si possiedono fonti scritte sulle quali fare affidamento, quindi le uniche cose che ci possono informare su di essa sono i ritrovamenti archeologici.
Però, se ci pensiamo, la scrittura si é evoluta fino ad oggi. Infatti, non tracciamo più cunei, geroglifici o ideogrammi. La nostra scrittura, il nostro patrimonio cartaceo, deriva dall'alfabeto fenicio. Questo popolo di marinai e navigatori, non potendo espandersi lungo i confini della loro madrepatria, decise di andare alla conquista dell'Ignoto. I Fenici, infatti, non sapevano cosa li aspettasse o cosa avrebbero trovato al di fuori del Libano (l'odierno stato che sorge sull'antica patria dei Fenici). Per questo, anche per via delle piccole navi che avevano in possesso, svolsero un viaggio "costa a costa". Ciò gli permise di attraversare tutto il Mediterraneo da tappa in tappa, e con essi portarono anche il loro sapere, insieme alla loro scrittura. I Fenici non sono ricordati come grandi conquistatori, ma come colonizzatori; popolarono infatti soprattutto i villaggi costieri, diffondendo la loro lingua e la loro scrittura, composta solo da simboli consonantici.
La fase evolutiva del nostro odierno alfabeto, tuttavia, non é ancora completa: l'ultimo miglioramento é stato apportato dai Greci. Non sappiamo ancora con certezza perché le poleis greche cambiarono lingua, dalla lineare B all'alfabeto fenicio, ma esse, dopo un "periodo buio" dovuto all'invasione dei Dori, adottarono la nostra odierna scrittura con l'aggiunta delle vocali alfa, epsilon, eta, iota, omicron, ypsilon e omega.
Oggi le lingue nel mondo sono diverse, ma ognuna ha qualcosa in comune con l'altra. I linguisti, studiando le lingue antiche, si sono accorti che molte si assomigliavano, e tuttora quelle che sono derivate da esse mantengono alcune somiglianze con lingue all'apparenza molto diverse. Una delle ipotesi sostenute riguarda l'influenza di un popolo originario delle steppe russe. Secondo gli studiosi questi popoli discesero dalla Siberia e si divisero "a ventaglio": alcuni andarono oltre il fiume Indo, altri verso il Vicino Oriente e l'Europa. Quindi la nostra lingua potrebbe derivare da alcuni popoli capaci di "colonizzare culturalmente" tutti gli altri.
La scrittura era, è, e sarà il mezzo con cui potremo narrare e descrivere la Storia della nostra specie. Mentre scrivo questo articolo, sto facendo storia. Come disse Theodore Roosevelt, «per conoscere il futuro bisogna conoscere il passato, perché prima o poi questo si ripete».

lunedì 14 novembre 2011

A CACCIA DI LUOGHI COMUNI: breve storia delle dissimulazioni religiose al potere

di Natale Zappalà (*)


Le religioni per così dire statali (quelle istituzionalizzate, o comunque percepite come “ufficiali” all'interno di un gruppo umano) hanno sempre svolto, da un punto di vista strettamente politico, il delicato ruolo di inquadrare il corpo civico, tenendone a freno e condizionandone il pensiero, attraverso ciechi dogmatismi o formalismi meccanici. D'altro canto, gli uomini di potere, consci di tale pregevole valenza, hanno sempre saputo celare dietro uno spietato pragmatismo un'ipocrita apparenza di pietas; in altre parole, mostrandosi ligi nel seguire ideologie, prescrizioni e ritualismi delle religioni tradizionali agli occhi del popolino, nel privato se la ridevano dell'ignoranza e della creduloneria della gente comune.
Tanto per fare qualche esempio illustre, nell'Egitto della XVIII Dinastia (XIV sec. a.C.), il faraone Akhenaton inventò la prima forma documentata di monoteismo, il culto del disco solare Aton, soprattutto per sottrarre alla casta scribo-sacerdotale devota di Amon-Ra (il sole mitologico) il prestigio derivante dal monopolio delle pratiche religiose connesse con templi, sacrifici e offerte. Questioni politiche ed economiche dunque, sapientemente mascherate dal ricorso all'ultramondano.
All'interno del mondo greco-romano la religione – il cui ciclo di festività aveva anche la funzione di scandire il tempo e ricompattare le cittadinanze attraverso processioni o banchetti rituali – si risolveva essenzialmente in un legame contrattuale fra uomini e dei: i primi onoravano i secondi, riservandogli l'onore (timé) che gli spettava, il tutto al fine di scongiurare un ipotetico castigo divino; questo, almeno, era quello che credevano le masse. Tale aspetto prettamente ritualistico induceva tutti coloro che avvertivano l'esigenza di intrecciare rapporti più “spirituali” con il mondo soprannaturale, rifugiandosi in culti maggiormente coinvolgenti come quelli misterici, durante i quali i fedeli ritenevano di instaurare un contatto diretto (detto di sympatheia, «patire insieme») con la divinità. Ciò non impediva a personaggi autorevoli come Alcibiade nell'Atene del V sec. a.C. di sbeffeggiare i celebri misteri eleusini, parodiando in casa propria quelle stesse cerimonie, per altro segretissime e aperte ai soli iniziati, in cui i suoi concittadini mostravano di credere così sinceramente.
Ma il primo posto nella speciale classifica dei grandi dissimulatori religiosi dell'antichità spetta sicuramente a Giulio Cesare, capace di conciliare una spiccata e snob laicità fattuale con l'esercizio della massima autorità sacrale romana, il pontificato massimo. In un contesto dove ogni azione pubblica era accompagnata dall'esecuzione di riti beneaguranti, gli auspicia, fu capace, quando inciampò malamente sbarcando in Africa durante la guerra civile, di volgere in positivo il presagio funesto, gridando: «Teneo te, Africa!» («Ti tengo, Africa).
L'avvento del cristianesimo non mutò l'atteggiamento degli uomini di potere: Costantino ne liberalizzò il culto per convenienza politica, avendo scorto nell'organizzazione ecclesiale, naturalmente gerarchizzata e dotata di un controllo capillare sul territorio, un efficace potere suppletivo delle autorità municipali romane in decadenza.Tuttavia, il buon imperatore non ne volle mai sapere di battesimo, se non in punto di morte e, per di più, ricevendo il sacramento da un vescovo ariano, un “eretico” per la Chiesa di Roma.
La lista degli aneddoti sulle dissimulazioni religiose dei potenti sarebbe troppo lunga se si enumerassero tutti i casi che affollano la Storia. Basterà, limitandoci alla Storia dell'Occidente e alla categoria dei papi, precisare che molti di essi, specie i più dotti (come Silvestro II, il “papa-mago” dell'anno Mille o Pio II, al secolo l'umanista, nonché autore di racconti erotici, Enea Silvio Piccolomini), furono tacciati di “ateismo”, proprio perché, al riparo delle esigenze spirituali delle moltitudini, se ne ridevano di dogmi e prescrizioni. Per non parlare poi di tutti quei pontefici – da Bonifacio VIII ad Alessandro VI, i riferimenti pullulano – che fornicarono, procrearono, specularono, raccomandarono e, soprattutto, strumentalizzarono politicamente il proprio primato sui cattolici, con buona pace della povertà evangelica, dei dieci comandamenti e di tutte le norme alle quali i fedeli erano invitati a conformarsi; «fa' come il prete dice, e non come il prete fa!», il motto è azzeccatissimo. Persino oggigiorno i beninformati sono pronti a giurare che nel segreto delle stanze vaticane il teologo Benedetto XVI la pensi diversamente da ciò che sostiene in pubblico circa la transustanziazione, l'omosessualità, il celibato dei preti, i rapporti sessuali prematrimoniali o sull'uso del preservativo.
Un uomo di potere, se si mostra “pio” risulta sovente bene accetto agli occhi del popolo, e questo a prescindere dal ruolo che egli ricopre; non a caso i capi di stato sono soliti farsi riprendere dalle telecamere quando vanno in chiesa o in moschea. Insomma, la Storia non è cambiata, e come sosteneva il cardinale Richelieu «saper dissimulare è la scienza dei re»; specie quando si tratta di religione, aggiungiamo noi.

(*) Fonte: www.natalezappala.it