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domenica 9 settembre 2012

Jeu mi ndi vaiu a Festa!


Poesia in vernacolo di Pasqualino Placanica

Minatimi ntall'anchi,
minatimi nta testa,
pigghiativi a me machina,
ma non mi tuccati a Festa!

Si siti latriceddi,
si non pavati i tassi,
si 'mpaticati all’atri,
si bbandunati i cani,

c’è u Quatru da Madonna
non vi nd’ancarricati,
chi poi pi novi sabati
vi spetta mu priati.

A festa dura jorna,
a vita tanti anni,
prima iti a Prucessioni,
e poi faciti danni.

Se quandu cala u Quatru
'nci iti puru appressu
allura stati certi
chi poi tuttu è permessu.

Si vui cuntati mbrogghi
e’ cittadini i Rriggiu
dicendu: “tuttu è a postu
acca nui simu i megghiu!”

allura stati certi
chi si a Vara 'ncoddati
puru sti peccateddi
vi sunnu perdunati.

E jeu chi staiu mi vardu
chi mi mbilenu u sangu
mi viu sfilari genti
chi mancu si virgogna

a spettu u stessu, a Festa,
mi ‘nzonnu chi stavota
u Quatru si ribella
e i manda a ddu paisi.

Ma non succeri nenti,
sunnu tutti cuntenti,
pari chi non è veru
chi nd’hannu a dari cuntu.

E allura mi cunsolu
pensandu chi c’è sempri
speranza ch’i Rriggini
capisciunu c’u Quatru

non faci nenti sulu,
havi bisognu i fatti
voli vidiri a genti
chi cerca mi reagisci

voli vidiri a genti
chi jiasa a testa e dici
chista città è a nostra!
mi si ndi vannu i latri!”

Minatimi ntall'anchi,
minatimi nta testa,
pigghiativi a me machina,
jeu mi ndi vaiu a Festa!

Il pastore reggino


Racconto di Pasqualino Placanica

Era l’estate del 1970, a Reggio Calabria erano appena scoppiati quelli che saranno poi definiti “i moti di Reggio”, dappertutto la popolazione scendeva in strada a manifestare contro l’emarginazione della città da parte del governo centrale; in un solo colpo l’arroganza del potere stava per annullare una delle città più antiche e gloriose della Magna Grecia. Natale era un giovane professore di lettere classiche appassionato di lettere antiche e storia, in particolare della storia della sua città. Passione che aveva ereditato dal nonno da cui aveva preso anche il nome, archeologo di valore mondiale e professore universitario di chiara fama. Fin da piccolo, aveva seguito quando possibile il nonno nelle campagne di scavi in posti lontani e pericolosi, acquisendo conoscenze insolite per un ragazzo della sua età. Adesso, però, si trovava sempre con il nonno ad affrontare un avversario imbattibile: la morte. Il maestro di vita che lo aveva cresciuto e forgiato era giunto al termine della sua lunga vita terrena, ed aveva voluto espressamente al suo capezzale il caro nipote. Nel silenzio della stanza semibuia, il vecchio scienziato si rivolse al nipote:
  • So di essere ormai giunto al termine della mia strada; non ho niente da rimpiangere, ho avuto una vita piena di soddisfazioni e di avventure. Ho messo a disposizione della nostra gente quello che è scaturito dal mio lavoro. C’è una cosa, però che non ho mai raccontato a nessuno e che adesso, proprio in questi momenti estremi, mi rendo conto di non avere il diritto di portare con me senza che qualcuno ne prenda conoscenza. Tantissimi anni fa non ho dato la giusta importanza a quanto mi è accaduto.-
Il vecchio professore prese fiato, ed iniziò a raccontare, con voce fioca ma calma e decisa.
  • Nel 1908 avevo trent’anni, l’età che hai tu adesso, anch’io, come te adesso, ero già laureato da tempo ma ancora non avevo ottenuto il credito che mi avrebbe poi portato ad essere considerato uno dei più grandi esperti di storia della Magna Grecia. Avevo partecipato a varie campagne di scavi, ma sempre su siti già conosciuti ed esplorati. Nel tempo libero, in compagnia del mio cane spinone me ne andavo in giro per le campagne reggine in cerca di resti della nostra antica civiltà, senza certamente aspettarmi di trovare chissà cosa; solo un colpo di fortuna avrebbe potuto farmi fare la scoperta che sognavo da sempre. Un freddo giorno di dicembre, in prossimità delle feste natalizie, mi trovavo sulle colline dietro Reggio, all’inizio del torrente Calopinace; il mio cane mi precedeva come al solito, e si intrufolava nella vegetazione con abilità come era sua natura. Purtroppo, o forse per fortuna, ad un certo punto il cane sprofondò in una buca che si era aperta improvvisamente nel terreno. Lo sentivo mugolare e sporgendomi nella buca riuscii anche a vederlo. E vidi anche che in realtà mi trovavo sopra un pavimento di pietra coperto dalla terra e dalla vegetazione. Piano piano riuscii ad allargare l’apertura, asportando altre pietre intorno al buco. Il cane uscì fuori da solo, illeso, e solo allora realizzai di essere sopra una specie di camera sotterranea di fattura antica. Stava facendo buio, e comunque ero sprovvisto di qualsiasi attrezzo utile, perciò ricoprii tutto con delle frasche e rientrai nel paese vicino, dove facevo base presso una famiglia di contadini amici di mio padre. Non feci parola con nessuno di quanto avevo scoperto. La mattina dopo, fornito di corda, lume e attrezzi da scavo, ritornai sul posto e dopo qualche ora di lavoro riuscii ad aprire un varco tale da permettermi di entrare nella stanza sotterranea. Era una stanza vera e propria, spoglia di tutto. Uno dei muri, però, era quasi completamente costituito da una lastra di pietra liscia, ricoperta di terra e ragnatele. Ripulita, la lastra si rivelò essere una stele, su cui era scolpita una lunga scritta in greco antico; un racconto, ambientato alle origini di Reggio, l’antica Rheghion. Credo che la stele fosse originariamente posizionata da qualche altra parte e poi, per qualche motivo sconosciuto, sia stata spostata ed inserita nel muro del manufatto che la ospitava. Impiegai diversi giorni a decifrare cosa ci fosse scritto, ostacolato dalla poca luce e dalla segretezza che mi ero imposto per cautela e, adesso lo ammetto, per egoismo. Volevo prendermi tutto il merito, mi sentivo all’altezza di farcela da solo. E in effetti ce l’avevo fatta, a decifrare la stele. Era scritta in caratteri calcidesi, credo risalisse all’epoca della colonizzazione greca, circa all’ottavo secolo avanti Cristo.-
  • Ma non capisco, nonno; non ho mai sentito parlare di questa stele...- disse il giovane Natale.
  • Infatti, nessuno ne ha mai saputo niente. L’ultimo giorno, quello in cui terminai di decifrarla, mi riproposi di annunciare al mondo la scoperta, che sapevo essere clamorosa, ormai. La mattina successiva, Reggio e tutto quanto la circonda vennero distrutte dal terremoto più catastrofico del nostro tempo; era il 28 dicembre del 1908. Per mesi e mesi io e tutti i reggini avemmo ben altro da pensare. Quando la situazione lo permise, mi recai sul posto della scoperta ma lo trovai sconvolto, irriconoscibile. Enormi massi di roccia pura si erano spostati come niente fosse, dove c’era la collina adesso era pianura, tutti i miei punti di riferimento non esistevano più. Era impossibile individuare il sito, ammesso che la stanza fosse ancora in piedi, cosa che io credetti improbabile. Tornai molte volte sul posto, ma non riuscii neppure ad orientarmi. Non raccontai niente a nessuno. Cosa avrei potuto dire? Chi mi avrebbe creduto, senza alcuna prova? E così per più di mezzo secolo mi sono portato dietro il rimpianto di non aver potuto donare alla scienza un documento eccezionale. Ma da poco tempo, invece, ho capito che la vera ricchezza della mia scoperta non era la stele, ma quello che vi era scritto. Ho capito che è mio dovere far conoscere ai reggini quanto tramandato dai Padri fondatori, e che forse la mia scoperta non è stato un caso. La nostra città vive un periodo buio, mai come adesso è necessario che quanto ho letto in quei giorni sia messo a conoscenza del popolo reggino.-
  • Tu ricordi quello che vi era scritto?- chiese Natale al nonno.
  • Ricordo perfettamente tutto, come se lo stessi leggendo adesso -
Ed il vecchio scienziato iniziò a ripetere la storia che tante volte aveva rammentato con rimpianto:

<<Sulla spiaggia fatta di ciottoli alla foce del sacro fiume Apsias, il giovane Agatos guardava le sue pecore pascolare tranquillamente. Il sole stava per sparire dietro le montagne della terra dei tre promontori, la Trinacria. In quel posto, qualche anno prima era sbarcato con suo padre insieme a tanti altri. Lui era un bambino, a malapena ricordava i luoghi dove viveva prima. I suoi ricordi veri iniziavano proprio con quello sbarco, quando aveva sentito dire a suo padre che quello era il luogo destinato dagli Dei a diventare la loro nuova patria. E così era stato, da anni ormai Agatos ed i suoi compagni di viaggio vivevano a Rheghion sotto il saggio governo del padre. Appoggiato con la schiena al muro di pietre, con la sua mente fervida pensava alla nuova terra che abitava da poco, a ciò che era stato ed a ciò che sarà, navigando con il pensiero verso tempi futuri tanto lontani che forse mai sarebbero arrivati. Agatos immaginava una città florida, come non potrebbe essere altrimenti in un posto come questo; acqua, frutta, selvaggina, mare, sole. E sulle montagne alle spalle legname di qualità per costruire le navi. La terra degli Dei doveva essere molto simile. Immaginava una città sopra le altre, egemone per forza e per diritto. Immaginava un popolo fiero e saggio, emanatore di civiltà e cultura nel mondo conosciuto, ospitale e pronto ad accogliere chiunque venga in pace, viaggiatore o profugo. Immaginava.... L’abbaiare del cane lo distolse dai pensieri: una donna era seduta sul muro, a pochi metri da lui. Agatos non l’aveva mai vista prima, era bellissima, vestita con una tunica bianca cinta da un laccio dorato. Con i capelli dorati raccolti sul capo ornato da un pettine bianco e dei lunghi ricci lasciati cadere lungo le guance rosee, le braccia scoperte ed i piedi scalzi. Lo sguardo rivolto verso il mare, sembrava non accorgersi di Agatos. Mentre il cane continuava ad abbaiare rivolto verso la donna, Agatos si alzò e le si avvicinò. Improvvisamente la donna si girò verso il cane, e lo guardò con quegli occhi che, adesso si vedeva, erano verdi e profondi; il cane smise di abbaiare, e mugolando si accucciò a terra, intimorito.
  • I tuoi pensieri sono quelli di un uomo che ama questa terra profondamente, Agatos -
Le parole non uscirono dalla bocca della donna ma Agatos le udì distintamente.
  • Mi conosci? E come fai a sapere cosa penso? Chi sei? -
  • Troppe domande, per un uomo pieno di certezze come sei tu. Se tu vuoi, sono l’essenza stessa di questa terra, oggi mi vedi così domani forse avrò un’altra immagine; sarò sempre come mi immaginano gli uomini onesti, e mai come mi vogliono i malvagi. Ma sarò sempre io, e questo conta. Tu sei degno di vedermi e di parlare con me, perché hai il cuore puro; ed io ho bisogno di parlare con te, affinché il tuo popolo, che adesso è il mio popolo, sappia ciò che è stato e ciò che è. Quello che sarà non posso dirlo.-
Agatos era affascinato dalla donna, che adesso sorrideva, mentre i suoi occhi erano penetranti come lame, e lui si accorse che la voce che sentiva era dentro la sua mente.
  • Io vi darò quanto di meglio possa avere un uomo in questo mondo: vi darò acqua, terra fertile, flora e fauna, sole e pioggia. Ma voi dovrete farne l’uso giusto. Da questa terra potrete trarre vita e potere, ma ugualmente, se non userete saggezza, trarrete morte e disgrazia. Per questo io non posso dirti cosa sarà, sarete voi, tu ed il tuo popolo e quelli che vi seguiranno a decidere del vostro futuro. Nel tempo mi invocherete, ogni volta che avrete difficoltà chiederete il mio aiuto, ed io ci sarò sempre. Mi chiamerete con mille nomi, mi darete mille aspetti. Gioirò e piangerò con voi, ma non potrò aiutarvi se voi stessi non vi aiuterete. Vai, Agatos, e porta questo messaggio al tuo popolo, che faccia tesoro delle mie parole adesso e nei tempi futuri. -
Così parlò la donna. Il cane riprese ad abbaiare e Agatos si girò di colpo, risvegliatosi dal torpore. Era ormai buio, e intorno a lui non c’era nessuno. >>
Terminato il racconto, il professore disse al nipote:
- Apri quel cassetto - indicò il comodino a fianco del letto - e prendi l’agenda di pelle nera; nelle prime pagine troverai il disegno della stele. L’ho riportata più fedelmente possibile, era buio, la sotto. - E Natale, presa l’agenda, sfogliando le pagine ingiallite dal tempo rilesse in greco antico le stesse parole che il nonno gli aveva recitato poco prima, affascinato dai caratteri antichi che da anni insegnava ai giovani reggini, ma che non aveva mai associato a qualcosa di così reale.
- Questo è quanto era riportato sulla stele, questo è quello che i nostri antenati, cittadini di Rheghion hanno portato avanti, nel bene e nel male, per millenni. Adesso tu sei il custode di un principio essenziale per la stessa esistenza della nostra città, fanne uso, diffondilo tra i reggini, affinché le glorie di Rheghion non rimangano solo antica memoria.-
Con queste parole il vecchio spirò sorridendo; ma la morte del nonno stranamente non intristì il giovane. L’emozione lo assalì, la sua mente immaginò una città viva, fiera, emanatrice di civiltà e cultura nel mondo, ospitale e pronta ad accogliere chiunque venga in pace, viaggiatore o profugo. Immaginò......

P.P.